La solitudine dei traduttori

Chi sono e come lavorano le persone che passano la vita a scrivere cose scritte da altri, per farle leggere a noi
Di Giacomo Papi

Nella classifica dei mestieri solitari, i traduttori si giocano il primo posto con i guardiani del faro. La voce di chi scrive, al di là della pagina, e i personaggi che ci vivono dentro, tengono compagnia al traduttore come le navi lontane e gli stridii dei gabbiani ai guardiani del faro. Navi e gabbiani sono più concreti; voci e personaggi – a volte, non sempre – più variegati e interessanti. Vivere in compagnia di parole altrui, da riscrivere da capo ma in cui scomparire, può provocare alienazione: anche perché gli scrittori, i personaggi e le idee spesso sono intensi, ossessivi o, peggio, noiosi. Passare la vita a scrivere cose scritte da altri, alimenta lo stupore che la scrittura esista e resista anche al di fuori della lingua in cui è nata, ma impone dolorosamente di scomparire dentro il proprio lavoro. Tradurre comporta anche qualche vantaggio, oltre all’assenza di scocciatori reali: non dover uscire di casa quando piove, per esempio, o poter organizzare il proprio tempo senza essere legati a un unico luogo. Oggi, per esempio, Gioia Guerzoni – che dall’inglese per Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, Saggiatore, NN, Racconti, Codice e Contrasto, non più per Fazi – abita ad Haifa, in Israele, ma in passato ha abitato in Scozia, India e America. Se avesse scelto un altro mestiere non avrebbe potuto.
Tradurre è un mestiere fondamentale, ma invisibile o quasi. Da qualche anno anche in Italia qualche sparuto e volenteroso editore mette il nome del traduttore in copertina o in quarta, invece che sul frontespizio interno. Ma sono pochi e piccoli. Inoltre non è un lavoro ben pagato: semplificando – e tacendo del selvaggio sottobosco editoriale dove le paghe sono davvero ridicole, e le traduzioni per istituzioni e musei dove raddoppiano – la paga media per chi lavora da dieci anni è 11-13 euro a cartella lorde, 15-17 per chi lavora da venti e poco più, 19-20, per i “quotati” per arrivare a 23-24 per i traduttori più richiesti. Tradurre da lingue rare alza il prezzo ma diminuisce il numero di committenti, costringendo i traduttori a farsi editor, cioè a proporre i libri agli editori, che spesso sfruttano i finanziamenti dell’Unione Europea o dei singoli Stati. Una cartella corrisponde a 1.800 battute spazi inclusi, cioè una pagina di Word scritta in Garamond in corpo 14 e 2 di interlinea. Un buon ritmo – per un buon traduttore in buona salute e un libro di media difficoltà – è un centinaio di cartelle al mese, il che significa che il suo guadagno sarà di 1.500-1.700 euro lordi che si ridurranno a 1.275-1.445 una volta sottratto il 20 sul 75 per cento di imponibile, come disciplina il diritto d’autore (peraltro: fino a qualche tempo fa i diritti di traduzione duravano vent’anni, oggi solo dieci). Non sono tanti soldi ma è più o meno la paga di un redattore interno, che però deve stare in ufficio e uscire di casa anche quando piove.
Per tradurre un libro di difficoltà e lunghezza medie, quindi, occorrono 3 mesi, a cui si aggiunge una quindicina di giorni per la revisione, che normalmente non viene pagata. Il problema è che per le traduzioni normalmente non sono previsti anticipi, anzi i pagamenti di solito sono a 90 giorni (solo in pochi, tra cui Einaudi e Mondadori, pagano a 60). Prima di vedere i soldi, insomma, passano 6-7 mesi, sempre che in casa editrice si ricordino di avvisare subito l’amministrazione. Le cose possono migliorare per libri molto lunghi, superiori alle 500 pagine, per i quali talvolta è previsto un anticipo o pagamenti intermedi. La dilazione dei pagamenti – non dissimile da quella di ogni altro lavoro da freelance – provoca un fenomeno collaterale: la programmazione è lunghissima. Un traduttore richiesto deve accordarsi con largo anticipo – spesso sa quale libro incomincerà più di un anno dopo – e gli editori devono prenotarlo per tempo. I libri, come è noto, sono oggetti molto lenti e sempre in ritardo: quando escono in libreria, sono vecchi di anni. Ogni nuova tendenza letteraria fotografa un tempo passato.
Tradurre è un mestiere che è cambiato poco nel tempo. Solitudine, libertà e alienazione sono quelli di sempre. La paga, probabilmente, è minore: ma è un guaio che riguarda chiunque. A essersi trasformato è il rapporto con le parole, che grazie ai computer possono essere girate, spostate, cancellate all’infinito, fino a trovare il giro giusto di frase. Ma l’aspetto più nuovo è che le parole non si cercano più nei dizionari, le parole si trovano online. Non bisogna più sfogliare le pagine avanti e indietro mille volte al giorno. Senza vocabolari può capitare di fare errori, anche grossolani: si racconta di una vecchia edizione della Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell che iniziava il capitolo su Charles Darwin, più o meno, con queste parole: «Darwin sosteneva che gli uomini discendessero dalle api». Dove «api» traduceva l’inglese «apes» che, invece, ovviamente vuol dire «scimmie». I traduttori che ho frequentato io – nel Novecento – erano circondati da cento vocabolari, normali, di slang, dei sinonimi e contrari. Loro e le loro scrivanie scomparivano, letteralmente, sotto montagne di carta. Le loro dita e occhi sfogliavano e leggevano, incessantemente, centinaia di volte al giorno. A quei tempi comprare dizionari era un investimento da ammortizzare. Oggi tutto si fa online. Ma i dizionari sono ancora uno strumento fondamentale, come le forbici per un sarto o il martello per un muratore. Gioia Guerzoni – che come detto vive ad Haifa – usa «molto l’Oxford English Dict Online, Webster, Treccani, il dizionario analogico, e poi tutti quelli di slang». Margherita Carbonaro – che traduce dal tedesco e dal lettone – dice: «Per il tedesco fondamentalmente uso dizionari online, solo di rado di carta, in sostanza, il vecchio Vladimiro Macchi, pubblicato da Sansoni, il cosiddetto “Sansoni grande”, o il Rigutini Bulle, entrambi non più in commercio da parecchio tempo. I preferiti bilingue online sono Zanichelli e Sansoni piccolo. Quanto ai monolingue tedeschi, trovo online praticamente tutto. Ricorro ai cartacei solo per cose particolari, consultandoli in biblioteca. Per il lettone uso dizionari online ma non solo, perché a volte l’edizione cartacea è più completa di quella online. Come dizionari bilingui uso lettone-inglese e lettone-tedesco, perché non esiste un dizionario lettone-italiano sufficientemente ampio». Ilide Carmignani – che traduce dallo spagnolo – dice: «Uso un sacco di dizionari, per la traduzione letteraria più ne hai meglio è. Prima i bilingui, Zanichelli e Garzanti, per vedere le corrispondenze; poi i monolingui spagnoli, Real Academia e Maria Moliner, per approfondire le sfumature di significato e l’uso; i dizionari di italiano, Devoto Oli, Zingarelli, Treccani e Gradit, per controllare bene; i dizionari dei sinonimi, Gabrielli e Zanichelli, se bisogna cambiare qualcosa, per esempio se la parola del bilingue non copre l’accezione che il termine prende nel tuo specifico contesto, perché i campi semantici non corrispondono mai perfettamente fra due lingue; a volte dizionari analogici e delle collocazioni. Tutti online o su disco rigido. Su carta più nulla, tranne raramente un monolingue spagnolo, il Seco, e qualche dizionario di latinoamericani e di slang. Uso anche la rete: Wordreference, Tubabel, Homolaicus per i sinonimi. O semplicemente Google per vedere come è usato un termine o quanto è frequente, o a che immagini rimanda. Senza Internet non si può più lavorare. Ora vorrei provare anche il dizionario combinatorio dell’italiano del prof. Locascio».
I traduttori più noti in Italia, oggi, sono quasi tutte traduttrici. È difficile dire da cosa dipenda: se dalla minore vanità delle donne, dalla maggiore capacità femminile di organizzare il proprio tempo e gestire la solitudine, oppure dal fatto che lavorare in casa rende più facile un sacco di cose. Esistono delle eccezioni, naturalmente. Di seguito, come nelle lapidi dei caduti della Prima guerra mondiale o della Seconda Boera, i nomi in ordine alfabeto di alcuni (ma soprattutto di alcune) tra i maggiori traduttori (traduttrici) italiane. Cliccando si accede ai libri che hanno tradotto in vendita su Amazon. Molti mancano. Non se ne abbiano. Il nostro pensiero è anche per loro.
Federica Aceto traduce dall’inglese Don DeLillo e Martin Amis, per esempio.

Maurizia Balmelli, inglese e francese: ancora Martin Amis, e inoltre Emmanuel Carrère, Fred Vargas, Cormac McCarthy, Aleksander Hemon e Ian McEwan.

Elisabetta Bartuli traduce dall’arabo, anche poesie, tra cui la raccolta Una trilogia palestinese di Mahmud Darwish.

Susanna Basso traduce dall’inglese: i libri più importanti di Ian McEwan, Julian Barnes, Alice Munro e qualche Paul Auster. Nel 2010 ha scritto un libro sulla traduzione.

Margherita Botto dal francese: Le benevole di Littel, molta Fred Vargas e l’ultima traduzione de Il rosso e il nero di Stendhal.

Margherita Carbonaro traduce dal tedesco e lettone, molta Herta Müller, premio Nobel 2009 (ma non Il paese delle prugne verdi) e Altezza reale di Thomas Mann.

Ilide Carmignani traduce dallo spagnolo, in particolare Luis Sepúlveda, Almudena Grandes e, soprattutto, la candida Eréndira di Gabriel García Márquez e Un certo Lucas di Julio Cortázar. Anche lei ha scritto un libro sulla traduzione.

Matteo Colombo è il traduttore del Giovane Holden di Salinger, di La vita dopo di Donald Antrim e di molti libri di Chuck Palahniuk.

Adriana Dell’Orto ha tradotto dall’inglese Joan Didion, Revolutionary road di Richard Yates, Stephen King, D.H. Lawrence, Rudyard Kipling e Irwin Shaw.

Riccardo Duranti ha tradotto Phil K. Dick, Raymond Carver, George Orwell e Roald Dahl.

Ottavio Fatica ha tradotto l’ultimo Moby Dick di Hermann Melville, e prima Henry James, Rudyard Kipling, Francis Scott Fitzgerald, Robert Stevenson e Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace.

Gioia Guerzoni traduce dall’inglese, ma sa tutto di scrittori e fumettisti indiani. Traduce Siri Hustvedt per Einaudi.

Eva Kampmann, ancora inglese, oltre a danese e norvegese: traduce Marilynne Robinson, Catherine Dunne e Jo Nesbø.

Tiziana Lo Porto traduce dall’inglese e dal francese, collabora con vari giornali e lavora nell’editoria. Ha tradotto Douglas Coupland e François Bégaudeau. Ha scritto un graphic novel su Zelda Fitzgerald.

Vincenzo Mantovani è uno dei più grandi traduttori italiani. Oltre ai libri più importanti di Philip Roth e di Ernest Hemingway, ad altri di Richard Ford e Kurt Vonnegut, è il traduttore di Va’, metti una sentinella, il romanzo postumo di Harper Lee. (Nonostante questo, è stato vergognosamente dimenticato: in questo elenco è stato aggiunto in seguito)

Yasmina Melaouah è la traduttrice di Daniel Pennac (che si dice abbia convinto Feltrinelli, l’editore italiano, a concederle diritti sulle vendite), ma anche di Il grande Meaulnes di Alain-Fournier e Bussola di Mathias Enard, vincitore del Goncourt 2015.

Cristiana Mennella, di nuovo inglese (cosa vuol dire vincere una guerra): Jeff VanderMeer, Donald Antrim, Walter Mosley e Jason Goodwin.

Anna Nadotti traduce – dall’inglese, ma con predilezioni indiane – Virginia Woolf, Anita Desai, Amitav Ghosh, Suketu Mehta, A.S. Byatt.

Monica Pareschi traduce Doris Lessing, Mark Haddon, Alice McDermott, Michel Faber.

Silvia Pareschi vive un po’ negli Stati Uniti, un po’ sul Lago Maggiore. È la traduttrice di Jonathan Franzen, oltre che di E.L. Doctorow, Alice Munro, Corman McCarthy e Nathan Englander.

Martina Testa è stata direttore editoriale di minimumfax. Ha tradotto David Foster Wallace, Jonathan Lethem, Cormac McCarthy, Kurt Vonnegut, Jennifer Egan, Emma Cline.

Ada Vigliani traduce dal tedesco, per esempio Schopenhauer, Le affinità elettive di Goethe e L’uomo senza qualità di Musil.

Claudia Zonghetti traduce dal russo: Anna Politkovskaja, Varlam Salamov e Alexandre Kojève, ma anche classici come l’ultima Anna Karenina di Tolstoj, Vita e destino di Vasilij Grossman e Il maestro e Margherita di Bulgakov

Per ultimo aggiungo mio padre, che si chiamava Marco Papi e ha fatto il traduttore per tutta la vita. Era sempre circondato da montagne di fogli scritti a macchina e rivisti a pennarello nero, ma non vedevo bene, perché la stanza era sempre offuscata dal fumo delle sue sigarette e un po’ anche dall’alcol, come facevano i traduttori della generazione di Luciano Bianciardi. Un gioco che faceva spesso con se stesso era trovare la parola nel dizionario nel minor numero di mosse. Qui ci sono alcuni dei suoi libri che sono ancora in commercio, tra cui John Cheever, Agatha Cristie, Nadine Gordimer, i racconti di Nathaniel Hawtorne, Il paziente inglese di Michael Ondaatje, Joseph Conrad, Colum McCann, Walter Scott, oltre a una caterva di saggi – dalla vita di Stalin alla sessualità dell’antica Cina, che detestava cordialmente. Quella di cui andava più orgoglioso era la sua traduzione dei DublinersGente di Dublino – di James Joyce nell’edizione economica Garzanti. È datata 1976, sono passati quarant’anni. Immagino che i diritti di traduzione siano scaduti. Ne trascrivo qualche riga con l’avvertenza che usano gli editori quando ripubblicano traduzioni di persone morte, di cui non trovano o cercano gli eredi: «Ci si riserva di riconoscere i diritti di traduzione al proprietario che non è stato possibile rintracciare».
Quando mi viene voglia di ricordarlo, leggo l’ultimo paragrafo dell’ultimo racconto, The Dead – I morti. A volte mi capita di riconoscerlo nelle parole e nella punteggiatura, specialmente nella pausa esitante, ma necessaria, che ha posato sull’ultima virgola:

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Non credo che gli sia troppo piaciuto passare tutta la sua vita in casa. Sicuramente gli piaceva non essere costretto a uscire quando pioveva. Ma non se nevicava.

Fonte: https://www.ilpost.it/2016/11/02/la-solitudine-dei-traduttori/

Online il nuovo sito “I Luoghi del Contemporaneo”

È ufficialmente online il sito https://luoghidelcontemporaneo.beniculturali.it/home , progetto promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e volto a raccogliere più di 270 location che si occupano di Arte Contemporanea in Italia. Si tratta di un elenco aggiornato (e in costante aggiornamento) di sedi ufficialmente votate all’arte contemporanea nelle sue varie sfumature.

Mi sono occupata personalmente della traduzione in inglese di questo sito Web ed è stato un progetto molto importante, nonché istruttivo, che mi ha dato la possibilità di approfondire l’arte contemporanea e di scoprirne i luoghi più belli in Italia, anche e soprattutto quelli più vicini a me…

Vi invito a visitare la pagina descrittiva del sito Web al link http://www.aap.beniculturali.it/luoghi_contemporaneo.html
e il sito vero e proprio al link https://luoghidelcontemporaneo.beniculturali.it/home (per la versione in inglese, basta cambiare lingua tramite l’apposito pulsante ENG in alto a destra)

contemporary art venues

Papa Francesco: “Il Padre Nostro? La traduzione è sbagliata (…) può suonare equivoca”

Rispondendo alle domande dei giovani al Circo Massimo, papa Francesco ha toccato nuovamente il tema della traduzione italiana ‘sbagliata’ del Padre Nostro. “Nella preghiera del Padre Nostro (cfr Mt 6,13) c’è una richiesta: ‘Non ci indurre in tentazione’ – ha detto -. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca”.

“Può Dio Padre ‘indurci’ in tentazione? Può ingannare i suoi figli? – ha chiesto – Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi…”. “A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d’amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo”, ha aggiunto il Pontefice.

Fonte © Huffington Post https://m.huffingtonpost.it/2018/08/11/papa-francesco-il-padre-nostro-la-traduzione-e-sbagliata_a_23500487/

“Traduzione ed eccellenza”…. a Matera

Si è finalmente tenuta la tanto attesa conferenza regionale Proz.com “Traduzione ed eccellenza” all’interno della fantastica cornice di Matera, precisamente a Casa Cava, nel cuore dei sassi, importante sede di eventi culturali e professionali proprio come quello appena citato.
Nel corso della giornata, i partecipanti hanno potuto ascoltare le perle di saggezza e le esperienze di ben sei esperti di traduzione professionale settoriale di vario genere: dalla gastronomia al mondo del doppiaggio, dall’enologia alla traduzione di libri e lungometraggi per l’infanzia.
Simon Tanner, il primo ad intervenire, ha affermato l’importanza dell’accuratezza e dell’eccellenza nelle traduzioni gastronomiche, in un contesto nel quale, spesso, la tendenza principale è quella di lasciare al caso traduzioni in realtà di vitale importanza per gli utenti di arrivo e, di conseguenza, per una buona commercializzazione di imprese di ristorazione all’estero. Tanner ha illustrato i principali problemi di questo settore, in primis la traduzione (o meno) di termini specifici della lingua di partenza, quali i nomi di tipi di pasta, di piatti tipici o semplicemente di ricette sconosciute in altri Paesi. In questa sede a volte, in modo più o meno accettabile, la scelta più gettonata è quella di lasciare i termini tipicamente italiani contenuti nel nome di un piatto, spiegandone, però, in breve le caratteristiche, cosicché il cliente straniero possa comprendere quantomeno cosa esattamente mangerà. Inutile dire che non sempre si riesce ad adottare strategie simili, o semplicemente non si spende il tempo necessario a trovare traduzioni plausibili, dando vita a traduzioni non solo erronee, ma anche semplicemente decontestualizzate e insensate come “Primo piatto” tradotto con “First flat”…
Il secondo intervento si è incentrato su tutta quella che è la filiera del doppiaggio, dalla mera traduzione di copioni, all’adattamento finale e al doppiaggio in studio, con tutte le problematiche del caso. I relatori sono stati Matteo Amandola e Leonardo Marcello Pignataro, che hanno presentato al pubblico il funzionamento del processo di adattamento di prodotti audiovisivi esteri in Italia, in particolare delle figure coinvolte, delle problematiche e delle strategie. Hanno poi esaminato nel dettaglio l’adattamento italiano della pluripremiata serie tv “Il Trono di Spade”, in particolare della puntata della sesta stagione tanto bersagliata per la problematica traduzione di “Hold the door”. Le critiche sono state tante da parte dei fan verso una traduzione praticamente impossibile da rendere in modo perfetto nell’italiano, senza fare i conti con le ristrettenze dei tempi e con la scoperta shock della vicenda che ha dato il nome al personaggio di Hodor, del tutto inaspettata e che proprio per questo ha creato tutta questa problematica di traduzione.
La terza relatrice è stata Angela Arnone, traduttrice di gastronomia, che ha evidenziato ancora una volta l’importanza dell’eccellenza e della professionalità, oltre a parlare della sua esperienza personale nel campo e a illustrare i modi, le vie e i tempi (a volte molto lunghi) per raggiungere una posizione di spicco nel campo della traduzione, per “farsi un nome”, per così dire, senza mai abbandonare la possibilità di collaborazione tra colleghi isolandosi nella propria sfera individuale, perché è attraverso la collaborazione che a volte si ottengono i risultati migliori.
Pamela Brizzola ha successivamente affrontato le peculiarità della traduzione per l’enologia, settore al quale è arrivata a dedicarsi un po’ per caso e un po’ per scelta, per via dell’azienda vinicola creata con la sua famiglia. Ha illustrato nei dettagli le guide e la documentazione utili a destreggiarsi in questo settore, i termini specifici, cercando di instillare nel pubblico, soprattutto nei più giovani, la volontà di seguire anche un po’ il corso che decide la propria vita, come nel suo caso.
L’ultimo intervento è spettato a Mario Pennacchio, il quale ha parlato della traduzione di lungometraggi Walt Disney e in generale di traduzioni di materiali per l’infanzia, evidenziandone i trend e le problematiche. Ha altresì elencato una serie di linee guida che Disney detta per occuparsi delle varie traduzioni, in particolare scelte stilistiche e lessicali che preservino il più possibile la chiarezza dei dialoghi e l’innocenza dei bambini destinatari.
La conferenza si è poi conclusa. Il successo dell’evento è stato indiscusso e motivante per tutti i presenti.

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Foto di gruppo con  tutti i traduttori e i relatori partecipanti

Giornata europea delle lingue

La Giornata europea delle lingue, seguita subito dopo da quella mondiale (30 settembre) è alle porte!
Segnaliamo tre eventi a tema organizzati nelle giornate del 25 e 26 settembre a Roma, presso Spazio Europa, rappresentanza italiana della Commissione Europea!

Per tutte le info su questi eventi, cliccate sull’immagine sottostante, per essere reindirizzati alla pagina dedicata

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Conferenza regionale Proz – Matera

Segnalo un importantissimo evento per noi traduttori… a Matera, capitale della Cultura nel 2019… la conferenza regionale Proz “Traduzione ed eccellenza”, il 22 ottobre 2016!
Tutte le info sul sito Proz, al link http://www.proz.com/conference/695
Oppure su Facebook, all’evento https://www.facebook.com/events/271794629849195/?active_tab=highlights

Affrettatevi! I biglietti più economici, early bird, finiranno a breve! 🙂

30 settembre: Giornata mondiale della traduzione

San Girolamo (347 – 30 settembre 420), padre e dottore della Chiesa, è principalmente conosciuto per aver dedicato gran parte della sua vita alla stesura della Vulgata, prima traduzione completa della Bibbia in lingua latina (dagli originali in greco ed ebraico).

In quel tempo Google Translate non aveva ancora affilato la falce, né c’erano computer con connessione ADSL, né tantomeno siti internet e forum in cui i traduttori potessero aiutarsi reciprocamente. L’eroico pioniere, dunque, impiegò ben 23 anni della propria vita per realizzare l’opera, che rimase in uso come traduzione ufficiale della Bibbia fino al Concilio Vaticano II (1962-1965).

Dal 1953 il 30 settembre, anniversario della morte del santo, si celebra la Giornata mondiale della traduzione, purtroppo ancora meno conosciuta rispetto alla Giornata mondiale del gatto (e sicuramente su YouTube ci sono molti più video dedicati ai gatti che non ad interpreti e traduttori) o altre simili amenità. In questo giorno, migliaia di traduttori freelance insieme ai pochi esemplari rimasti di traduttori in-house (specie in via di estinzione) si scambiano gli auguri e pensano che sì, davvero quel teschio sulla scrivania del santo è una rappresentazione fedele delle fatiche del nostro mestiere.

I traduttori sono in mezzo a voi: vi facciamo compagnia quando leggete l’ultimo romanzo di Kathy Reichs sull’autobus, vi spieghiamo come utilizzare il frullatore nuovo, ci assicuriamo che possiate comprendere i rischi legati all’assunzione di un farmaco, traduciamo attentamente termini e condizioni d’uso dei servizi internet che usate ogni giorno (sì, anche le clausole scritte piccole piccole!), vi siamo accanto sul divano quando vedete lo spot di un’automobile tedesca in TV …

Per fare tutto questo, usiamo ancora l’approccio per cui San Girolamo fu aspramente criticato: non rendere la parola con la parola, ma il senso con il senso. Non potrebbe essere altrimenti e noi lo sappiamo.

Siamo in mezzo a voi. Pensateci, almeno ogni tanto 🙂

Fonte: http://www.mtmtranslations.com/blog-italiano/30-settembre-giornata-mondiale-della-traduzione

I problemi con le traduzioni a EXPO

Sabato 7 febbraio all’Hangar della Bicocca a Milano, il presidente del Consiglio Matteo Renzi insieme a diversi ministri del governo ha presentato «EXPO delle idee»,un’importante cerimonia di presentazione di EXPO 2015, la manifestazione che comincerà a Milano il prossimo primo maggio. Tra gli invitati erano presenti diversi ospiti internazionali, visto che ad EXPO ci saranno con i loro padiglioni espositivi più di 130 paesi. Il problema è che per l’evento non è stata prevista la traduzione simultanea.

Rezina Ahmed, console del Bangladesh a Milano, ha raccontato al Corriere della Serache dopo essere arrivata all’Hangar della Bicocca con la sua assistente si è trovata completamente abbandonata: «Abbiamo chiesto dove trovare gli auricolari per seguire la traduzione simultanea, hanno risposto che questo servizio non era disponibile». Per chi non parlava italiano non è stato possibile nemmeno farsi una vaga idea del programma dell’evento, visto che tutti i depliant erano stati stampati soltanto in italiano. L’unico momento in cui anche gli stranieri hanno potuto seguire la manifestazione, ha detto Ahmed, è stato quando il vice-ministro degli Esteri Lapo Pistelli ha rivolto ai presenti un saluto in inglese.

Quello di sabato non è stato nemmeno il peggiore dei problemi di EXPO con le traduzioni. Sempre il Corriere della Sera ha notato come diverse parti del sito diEXPO (che si può leggere in inglese e in francese) contengono molti errori di traduzione. Nella parte francese, ad esempio, ci sono parecchie concordanze temporali sbagliate, femminili scambiati per maschili, plurali scambiati per singolari e accenti con i versi sbagliati. Antoine Boissier, insegnante all’Institut Français di Milano, ha detto alCorriere: «È scandaloso e imbarazzante».

Nella parte inglese la situazione è forse ancora più grave. Diverse costruzioni sintattiche hanno un suono chiaramente italiano, come fossero state tradotte parola per parola. Ad esempio, fino a venerdì nella sezione “Learn more” era possibile leggere una frase che descriveva EXPO in questi termini: «Not only is it an exhibition but also a process». Si tratta di una costruzione che ha molto poco di inglese (e che ricorda un altro personaggio italiano con celebri problemi di inglese) e in cui viene utilizzato il termine “process”, quando sarebbe stata molto più adatta la parola “experience”, come ha osservato Maria Sepa, traduttrice del Corriere della Sera.

Sandra Bertolini, presidente dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti, è stata intervistata da Adnkronos e ha detto che alcune parti del sito non sembrano nemmeno «tradotte da un essere umano» e «certamente non da un professionista». La società EXPO 2015 ha ammesso che ci sono stati alcuni errori e ha promesso di correggere alcune delle sviste principali (che infatti non si trovano più sul sito), ma ha negato l’accusa di utilizzare software per traduzioni automatiche. Il problema, però, sembra ripetersi con una certa costanza: già nel marzo 2014, in occasione dei primi eventi promozionali della manifestazione, alcune associazioni di traduttori avevano trovato diversi errori nella versione inglese dei contenuti prodotti da EXPO.

Da “IL POST”, 8 febbraio 2015  http://www.ilpost.it/2015/02/08/traduzioni-expo/

Come immagino una traduzione

La traduzione: un termine, che indica un processo che va ben al di lá della semplice trasposizione di termini da una lingua all’altra; si inquadra, invece, in un’ottica molto più profonda e complessa.
È una questione di parole unite dal filo di almeno DUE CULTURE più o meno diverse tra loro. Tradurre è avvicinare culture, avvicinare persone di mondi e lingue diverse, facilitandone le azioni più semplici e quelle più difficili.
Due testi messi a confronto, uno in una lingua A e l’altro in una lingua B, sono come due fotografie di due culture diverse tra loro. Immagino sempre queste fotografie riportate su un puzzle tutto scomposto, da ricomporre da zero. Una sfida sempre maggiore, tanto più numerosi e piccoli sono i suoi pezzi.
La traduzione non è altro che questo: ricomporre i pezzi di una cultura all’interno di una cultura “altra”, con tutte le difficoltá terminologiche e concettuali che il passaggio da una lingua all’altra comporta. Tanti pezzi, più tempo per ricomporre. Pezzi piccoli, termini più dettagliati, che richiedono maggiore analisi alla ricerca di una corrispondenza nel testo di arrivo. Il tutto è racchiuso all’interno di una grande cornice: la grammatica. Nel rispetto del contenuto del testo di partenza, bisogna creare quello di arrivo, anche modificando qualche passaggio, perché magari più consono alle strutture della lingua d’arrivo. È di fondamentale importanza considerare questo passaggio, ovvero la correttezza grammaticale del testo, specialmente quando stiamo traducendo verso la nostra lingua madre, perché è proprio allora che ci si aspetta da noi la perfezione, la correttezza totale; perché non possiamo lavorare su altre lingue, se prima non conosciamo a fondo la nostra.

I 6 errori che non puoi permetterti di fare da buon freelancer

Le cattive abitudini da evitare e alcuni consigli per combatterle.

Ci troviamo di fronte a uno scenario ricco di troppe aziende copia-e-incolla, in balia delle onde di un mercato sempre più competitivo. In un periodo economico come quello che stiamo vivendo, a volte è più semplice attribuire alla crisi la responsabilità dei propri insuccessi. Ma a prescindere dalla forma societaria, responsabilità limitata o ditta individuale, siamo tutti parte integrante di un sistema economico globale.

Tralasciando in questo articolo l’analisi di alcuni concetti fondamentali come il personal branding e il posizionamento, voglio concentrarmi sulle modalità operative, ovvero: come facciamo le cose. Oggi più che mai è indispensabile avere ben chiari 3 aspetti della propria professionalità:

Chi siamo?
Cosa facciamo?
Come lo facciamo?
Anche il freelancer fa impresa e non può esimersi dall’attuazione di una strategia ben definita. Allo stesso modo deve tenere sotto controllo l’andamento del proprio lavoro, facendo molta attenzione a non “inciampare” nei 6 errori che portano alla deriva la sua attività.

1) Mancanza di continuità gestionale e procedurale

Le modalità operative designate al raggiungimento degli obiettivi prefissati vengono attuate sporadicamente in quanto ci sono sempre delle urgenze da inseguire. Questa abitudine porta ad abbandonare un metodo rigoroso e, di conseguenza, può precludere i risultati.

Risulta pertanto indispensabile pianificare le attività in maniera chiara, in modo tale da monitorare l’andamento e intervenire qualora si dovessero verificare attività che ne impediscono il normale timing.

2) Mancanza di condivisione di procedure e obiettivi

Spesso gli obiettivi sono chiari esclusivamente al titolare/responsabile del progetto, il quale, “travestito” da super eroe, manca completamente della capacità di delega.

Al contrario, è importante riconoscere i limiti delle proprie capacità e competenze e incaricare un professionista più esperto per svolgere queste funzioni. Ecco perché dovremmo essere fiduciosi nelll’outsourcing e nel networking.

3) Rassegnazione e abbandono del monitoraggio e dell’analisi dei dati

L’assenza di un metodo e di modalità operative, porta gradualmente verso l’impossibilità di poter avere un quadro della propria attività. Questo comporta l’incapacità di stabilire nuovi obiettivi e/o monitorare lo stato d’avanzamento di quelli pianificati. Quindi si continua a lavorare inseguendo finte urgenze non produttive.

Il consiglio per evitare ciò è lo stesso del primo punto: pianificazione, monitoraggio ed eventuale intervento.

4) Trascurare il Portafoglio Clienti

Non tutti hanno la possibilità di integrare la propria attività con un CRM, ma spesso questa è soltanto una scusa in quanto basterebbe un “banalissimo” file di Excel.
Molte aziende e venditori commettono il grave errore di non tenere traccia delle informazioni e delle varie relazioni che intercorrono con la clientela: attuale, passata e potenziale.
La pressione ci porta spesso a trascurare i nostri clienti, anche quelli di maggior valore. Alla base c’è la mancanza di un’analisi del reale valore, senza distinguere quali siano i clienti buoni da quelli poco produttivi, o peggio ancora dai prezzofobici.

Se non siete dei nativi digitali potete affidarvi alla vecchia carta stampata, ma non lasciate i vostri dati sparsi in un’agenda o peggio ancora, non trinceratevi dietro la frase “io ho tutto in mente”.

5) Pretendere di vendere tutto a tutti

Tecnicamente si parla di segmentazione del proprio target: è indispensabile rivolgersi ad un pubblico mirato, con prodotti/servizi mirati.
Come afferma Tom Peters, è essenziale “distinguersi per non estinguersi“.
A volte capita di continuare a combattere contro i mulini a vento, cercando di competere con forti realtà radicate sul territorio, utilizzando come unica leva il prezzo e trascurando un vero valore aggiunto. Cercate di trovare l’elemento che vi rende veramente differenti rispetto alla concorrenza.

6) Non comprendere quando finisce un ciclo

La poca lucidità porta a perdere di vista i punti fermi del proprio mercato di riferimento. Siamo bravissimi a trovare mille scuse, alibi, giustificazioni, allontanandoci dal vero motivo per il quale i clienti non acquistano più i nostri prodotti o quelli della concorrenza.

Il rischio perciò è quello di continuare a vendere un prodotto/servizio dove la richiesta è pari a zero, o molto bassa e soddisfatta soltanto dalle aziende leader e più strutturate.

Come rimedio spesso si tentano sporadiche azioni di marketing senza una precisa strategia e di conseguenza con risultati inequivocabilmente disarmanti, che danno riscontro alle nostre convinzioni.

Se anche tu commetti questi errori, probabilmente è giunto il momento di fermarti a riflettere e fare una seria analisi della tua attività.

Fonte: https://www.twago.it/blog/i-6-errori-che-non-puoi-permetterti-di-fare-da-buon-freelancer/amp/

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